“Rughe e Mani Consumate” è come si definiva un vecchio artigiano di paese, tale Francesco Faraldi.
L’altro giorno stavo parlando con un calzolaio di Bologna, un esperto di scarpe da calcio, mentre riparava proprio i miei scarpini. Mi ha confidato come il mercato abbia distrutto e limitato molto il campo degli artigiani che come lui vivevano fino a qualche anno fa con maggior tranquillità economica. Il suo antico mestiere del Calzolaio è uno dei più antichi al mondo, ed oggi è difficile trovare il giovane che vuole imparare a sistemare un tacco, una suola o il pellame della tomaia. L’artigiano è uno dei pochi lavori genuini che sia rimasto in questo strano mondo, dove tutto ruota attorno al marchio, al brand e al logo di culto. L’emozione più forte l’ho avuta quando costui, piccolino, barba ispida e mani nere a causa dei lucidi utilizzati, mi ha mostrato alcune scarpe storiche appartenute a Meazza, Sivori, Capello. La pelle era morbidissima, il profumo di questa pungente e la suola totalmente graffiata dai campi di allora, anche di tufo volendo. Però pensavo in quel momento a quanto valesse la manifattura di quelle scarpe marroni, tanto anzi tantissimo, perchè intessute da un uomo semplice ed umile che ha cercato di fare la scarpa comoda per il piede di un campione, semplice ma che per portare il pane a casa doveva solo divertirsi.
Io stavo facendo riparare un paio di Adidas, un modello iper tecnologico e comodo che in pochi possono comprare, ed anch’io non avrei potuto se non le avessi trovate in un OUTLET, stavo pensando dopo quanto tempo le mie si fossero rotte (7 mesi) e come fossero, dopo anni di utilizzo, intatte quelle di Capello. La qualità non dipende dal marchio che fieri mostriamo ai compagni di squadra, ma alle mani che per prime hanno toccato quella morbida pelle (se ancora le facessero solo in pelle??).
Poi uscendo dalla bottega ripenso al mio piccolo comune in Calabria, la famosa Rocca Imperiale. E come anche nel mio paese valesse la stessa relazione di Bologna. Gli artigiani stanno scomparendo e anche a Rocca nessun giovane è interessato a riprendere o imparare questa cultura delle arti. Sono triste perchè penso a due persone in particolare: mio nonno Matteo, impagliatore di sedie e il sopracitato Francesco Faraldi, impagliatore anch’esso.
Il primo è morto quando io ero troppo giovane per ricordare, il secondo mantiene in me tantissimi ricordi legati alla vendita dei suoi cestini di vimini. La frase che vale su tutte è quella che un pomeriggio d’Agosto lui mi disse mentre prezzavamo alcuni suoi cestini per la vendita serale alla manifestazione MEDITERRANEA.
“vagliò sta cest almeno 20 € perchè me fatt perd a cap e na’iurnat d’fatig”
Io stavo prezzando una piccola cesta di vimini chiari, ad un prezzo che al mio occhio sembrava alto. Anche perchè in precedenza avevo prezzato ceste, sempre in vimini, con prezzi più bassi e grandezze più ampie. La filosofia sottile del sig. Faraldi si basava su quanto tempo avesse perso nell’intrecciare delle pagliuzze che a fatica si reggevano fra loro, e quindi vedeva la cesta ultimata come una sua vittoria, e quindi il prezzo era ovviamente più alto perchè il suo impegno era stato maggiore.
Sono del parere che l’Artigianato sia un bene da proteggere e che nelle scuole medie, soprattutto dei piccoli borghi come Rocca, fra le attività pomeridiane ci vogliano anche quelle della cultura antica e locale. Perchè un piccolo ragazzino tredicenne non dovrebbe iniziare a vivere senza essere consapevole di ciò che era la vita prima della sua nascita. La storia studiata sui libri dovrebbe essere integrata alla storia delle piccole località in cui si abita. Tanto viene fatto per salvare gli animali in via di estinzione, e tanto dovrebbe fare lo stato per non vessare inutilmente i piccoli artigiani di tasse, che comportano anche in alcuni casi la fine prematura delle attività.


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